• I vitigni autoctoni

Come e più di altre aree vulcaniche, il Vesuvio è, da millenni, terra di grandi vini.
Haec iuga quam Nysae colles plus Bacchus amavit. "Bacco amò queste colline più delle native colline di Nisa", scriveva Marziale.
La forma di allevamento prevalente nell’area vesuviana è il tendone, ma casa Barone, così come molte altre aziende agricole dell’area, si è adeguata alle nuove tecniche viticole,  convertendo i nuovi vigneti  ad una forma di allevamento a spalliera con una potatura guyot bilaterale.
Nei comuni di Terzigno, Boscoreale, Boscotrecase, Trecase e Torre del Greco si coltivano principalmente i vitigni Caprettone (erroneamente ritenuto un clone di Coda di Volpe) e, in misura minore, Falanghina e Greco, che costituiscono l’uvaggio per la produzione del Lacryma Christi bianco, mentre i vitigni Piedirosso  (più pregiato e anche più difficile a trovarsi) e Sciascinoso (localmente detto olivella), concorrono alla produzione del Lacryma Christi rosso.
Nei comuni di Ottaviano, Somma Vesuviana, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia e Massa di Somma le uve che si ritrovano maggiormente sono la Siaculillo (un uva rossa di grande pregio, probabilmente un clone di aglianico) e la Catalanesca, uva importantissima per l’economia vesuviana fino alla fine degli anni ’50 per la produzione del Lacryma Christi bianco, soppiantata (perché registrata come “uva da tavola”) dal Caprettone con l’avvento del disciplinare della DOC Vesuvio.
La Catalanesca, che oggi sopravvive in pochi appezzamenti, solo nell’ottobre del 2006 è passata al rango di uva da vite. Grazie a studi attenti condotti su questa particolare varietà, oggi è possibile ottenere sia vini bianchi fruttati e freschi, che bianchi da destinare ad eventuale invecchiamento, caratterizzati da una precisa riconoscibilità sensoriale per la maggiore concentrazione e complessità aromatica.
Nel 2006 casa Barone ha deciso di rinunciare alla DOC Vesuvio per la produzione del Lacryma Christi Bianco e Rosso e di dedicarsi esclusivamente alla produzione di vini (da vitigni autoctoni) in purezza Catalanesca e Caprettone, attualmente etichettati come Vini da Tavola in attesa del riconoscimento dell’Indicazione Geografica Tipica (IGT).

Il vitigno "Catalanesca"


Il vitigno Catalanesca fu importato, nel 1450, dalla Catalogna da Alfonso I d'Aragona, monarca del regno delle Due Sicilie. Impiantato sulle pendici del Monte Somma, fra Somma Vesuviana e Terzigno, si diffuse immediatamente sui fecondi terreni vulcanici.
Nel suo ambiente di elezione ha trovato un microclima ideale per l’accrescimento e l’espressione dei suoi maggiori pregi varietali. Si tratta di una uva con maturazione notevolmente tardiva che si raccoglie tra ottobre  e novembre e in grado di conservarsi sulla pianta fino a Natale per essere consumata come uva da tavola durante le festività natalizie.

Coltivazione
. Il vitigno, di elevata vigoria e discreta produzione, viene allevato tradizionalmente alto e con una potatura lunga su piede franco.
Gli impianti di vigneto più moderni sono a spalliera con potatura guyot bilaterale, la Catalanesca si adatta bene a questo tipo di impianto a densità non molto  elevata (3500-4000 ceppi/ha). Le fasi finali di maturazione beneficiano di un clima fresco che influenza positivamente le caratteristiche del mosti, mentre la notevole escursione termica giornaliera, legata all’altitudine di coltivazione, favorisce una eccellente qualità delle uve caratterizzate da un elevato grado zuccherino, da una migliore composizione fenolica e dall’ampliamento delle peculiarità aromatiche, tutte caratteristiche singolari che diversificano nettamente queste uve dalle altre tipologie a bacca bianca dell’area vesuviana, conferendogli in vinificazione maggiore corpo e notevole persistenza.

Il vitigno ‘Caprettone’

Vitigno a bacca bianca soprannominato Caprettone nella zona Viuli, a confine con Trecase. Il Caprettone, all’inizio poco noto, si diffuse ben presto in maniera veloce nelle zone attigue, vista la sua elevata rusticità e discreta produzione in termini quantitativi e qualitativi. Erroneamente è stato più volte identificato con il nome Coda di Volpe, da cui esso si distingue nettamente per caratteri genetici  e morfologici.

Coltivazione
. E’ diffuso in maniera esclusiva nei comuni dell’area del Parco Nazionale del Vesuvio e in particolar modo nella zona di Trecase, Torre del Greco e Terzigno.
È un vitigno molto vigoroso con elevata produzione di legno e ben si adatta alle forme di allevamento espanse, meno alle potature corte ed alle forme contenute.
Nell’area di interesse è coltivato principalmente a ‘tendone”, forma di allevamento che consente agevolmente di gestire la sua vigoria.
In maturazione raggiunge un grado zuccherino molto elevato ed una discreta acidità; la raccolta è effettuata tra la seconda metà di settembre e gli inizi di ottobre.

Il vitigno “Piedirosso”


È un vitigno a bacca rossa molto diffuso negli areali viticoli campani e nell’area vesuviana dove concorre, in maniera preponderante, alla composizione della DOC Lacryma Christi rosso.
Volgarmente chiamato Per'e Palummo per il caratteristico colore del suo graspo, che ricorda quello delle zampe di un piccione, ha origini antichissime ed era già noto ai tempi della Campania felix di Orazio e decantatato nel Naturalis Historiae di Plinio.
Il primo riferimento storico di carattere ampelografico è di Columella Onorati (1804);  le successive descrizioni sono di Semmola (1848 ), Froio, Arcuri e Casoria. Tutti gli autori menzionati hanno evidenziato le caratteristiche positive del vitigno in vinificazione con potenzialità qualitative simili all’aglianico.

Coltivazione
. Il piedirosso è un vitigno molto vigoroso e a produzione non eccessiva. Nei diversi areale viticoli era allevato tradizionalmente con forme espanse, vista la sua elevata produzione di legno. In molte zone dell’area vesuviana, in particolar modo a Terzigno, è tuttora allevato da alcuni produttori in un modo che è definito ‘a pratese’:  le viti sono legate tra di loro in forma bassa e con l’uso di pochi pali di sostegno, questo porta a formare un nutrito ‘labirinto’ di tralci fra i quali risulta  a volte difficile muoversi. D’altra parte, mostra anche un buon adattamento all’allevamento a spalliera, con potature piuttosto generose che consentano alla pianta di raggiungere un discreto equilibrio vegeto-produttivo.
La sua resistenza all’oidio e alla botrytis (marciume), fa si che questo vitigno ben risponda alla coltivazione con metodo biologico.
La raccolta dell’uva è effettuata nel periodo che intercorre tra la prima e la seconda decade di ottobre, a seconda della zona produttiva. Il mosto che ne deriva presenta un elevato grado zuccherino, mentre l’acidità si attesta su valori medi. Il vino che si ottiene ha carattere fine ed elegante, con profumi di fiori rossi e frutta matura.






©2009/11 azienda agricola casa barone • P.IVA 03833401213 • • art m.barone • powered by resbinaria.com