• le origini

casa Barone

La casa colonica (attualmente allo stato di rudere) che dà il nome all’azienda fu costruita nel periodo immediatamente successivo all’eruzione del Vesuvio del 1872. Proprio in quell’anno la proprietà venne accorpata, o riaccorpata, assumendo l’attuale configurazione dal Barone Francesco Piromallo che, presumibilmente per iniziativa dei suoi eredi, diede nome alla casa.
I Piromallo, famiglia di origine catalana trasferitasi in Italia nel corso del XVI secolo, ricevettero le insegne nobiliari nel XVIII secolo, come ringraziamento per i servigi resi ai “grandi” di Spagna.
Domenico Piromallo, infatti, il primo esponente della famiglia a venire in Italia, era un capitano di guarnigione che perì durante l’assedio di Crotone nel 1528.
Quando fu insignita del titolo (il primo fu quello di conte), buona parte della famiglia si trasferì a Napoli e in seguito ricevette una serie di proprietà terriere, tra cui quella di nostro interesse.
Dall’inizio del XIX secolo i destini della proprietà sembrano in qualche modo riflettere gli avvenimenti storici. Con l’arrivo delle truppe napoleoniche in Italia, e quindi con l’affermarsi di un ordinamento sociale di “stile francese”, i Piromallo perdono la titolarità dei terreni a favore di tutta una serie di piccoli proprietari, mentre verso la metà del secolo, coerentemente con le restaurazioni ovunque in atto, poco alla volta ne rientrano in possesso. Questo è il periodo in cui viene edificata “casa Barone”, adibita inizialmente a casina di caccia.
Come abbiamo precedentemente accennato, il nome celebra l’allora recente ultimo titolo nobiliare ricevuto e il membro della famiglia che riunì la proprietà, il Barone Francesco Piromallo.
Così come la restaurazione “a tavolino” del congresso di Vienna non riuscì a lungo a garantire la stabilità degli stati europei, allo stesso modo i Piromallo non riuscirono a conservare a lungo le loro proprietà: esponenti di una classe oramai in declino, non abituata a lavorare e dedita a vizi costosi, a causa della loro situazione debitoria, videro i loro terreni messi all’asta dal tribunale di Napoli.

In particolare, i terreni di casa Barone vennero aggiudicati a un campione locale della classe borghese allora in ascesa, Domenico Riccardi: costruttore edile, uomo semplice dall’eloquio non forbito a causa dei suoi modesti studi, che si fece però molto apprezzare, non solo per il successo della sua attività imprenditoriale, ma anche come pubblico amministratore in qualità di sindaco di Cercola e di consigliere provinciale. Fu durante il periodo in cui i Riccardi ebbero la proprietà di casa Barone che l’immobile in questione iniziò ad essere usato come casa colonica. Tale periodo durò circa un trentennio e terminò perché i nipoti di Domenico, Vincenzo e Giustino, ereditando dal nonno gli averi, ma non la capacità nel lavoro e attratti da uno stile di vita simile a quello della nobiltà decaduta, nel 1908 ebbero la poco gradevole sorte di perdere le loro proprietà - proprio come i Piromallo - con una sentenza del tribunale di Napoli che, in particolare per quel che riguarda casa Barone, ne assegnava la proprietà a Mauro Salzano (in realtà l’acquisto fu effettuato da Mattia Salzano che intestò il bene a suo figlio Mauro).

I Salzano, famiglia contadina nell’800, i cui capostipiti erano diventati mercanti o artigiani (probabilmente commercianti di vini), possedevano terreni (su parte dei quali fu costruito l’aeroporto di Capodichino) e un dignitoso palazzo da loro stessi fatto edificare all’inizio del XIX secolo sulla strada principale di Casoria (Napoli). Borghesia laboriosa di campagna, ma già aperta a interessi urbani, nella seconda metà dell’Ottocento Edoardo e Mattia, considerati i più meritevoli tra 7 fratelli e sorelle, poterono studiare presso la prestigiosa scuola dei frati Barnabiti di Napoli.
Mattia fu l’artefice della fortuna dei Salzano. Divenuto ingegnere ed abile imprenditore mise su un’impresa di costruzioni specializzata in lavori di bonifiche e grandi infrastrutture, molto attiva a cavallo tra i due secoli nel napoletano e in Puglia.
Durante i primi anni del Novecento la famiglia si trasferì a Napoli - pur senza abbandonare le proprie origini (il palazzo di Casoria rimase di loro proprietà sino al secondo dopoguerra) - in via S. Domenico Soriano, nei pressi di Piazza Dante, in un palazzo da loro stessi edificato. I Salzano iniziarono a fare vita mondana nei “luoghi che contano” (vacanze a Capri presso l’hotel Quisisana d’estate, Cortina d’Ampezzo d’inverno e brevi soggiorni nel “Miglio d’oro”), entrando in contatto con personaggi del calibro di Gorki, Turgeniev e più tardi con il giovane Moravia, che pare ebbe un flirt con Giannina Salzano. L’incontro più importante però fu quello con la famiglia del generale Armando Diaz, anch’essa habitué di Capri, che sfociò nel matrimonio tra Mauro Salzano e Anna Diaz (figlia del generale). L’essersi apparentati con l’eroe della prima guerra mondiale permise ai Salzano di diventare protagonisti dei salotti più importanti d’Italia, compresi quelli reali, e di condurre una vita estremamente brillante, sino allo scoppio del secondo conflitto mondiale.
Come è facile immaginare, casa Barone non era una proprietà di particolare rilievo per i Salzano che, morto Mattia nel 1918 a causa della febbre spagnola, tramite il figlio Mauro continuarono ad avere un ottimo rapporto coi coloni, questi ultimi, infatti, raccontano del loro impuntarsi affinché i proprietari accettassero, come d’uso, una percentuale del raccolto; anche per quanto riguarda il fitto non vi furono mai problemi in oltre mezzo secolo di rapporto di lavoro.
Le fortune dei Salzano nel secondo dopoguerra non furono paragonabili a quelle precedenti, ciononostante la famiglia affrontò le diverse vicende con dignità. Ad ogni modo, all’inizio degli anni ’60, Mauro Salzano dovette vendere alcuni beni di famiglia tra cui il palazzo di Casoria e casa Barone. Mauro Salzano, per quanto riguarda il bene di nostro interesse, diede un mandato a vendere all’avvocato Lupoli di Casoria, che in realtà acquistò casa Barone intestandone la proprietà alla sorella, Giovanna Lupoli Calvanese.

L’avvento dei Lupoli non modificò sostanzialmente la situazione sui terreni gestiti oramai da diversi anni dai Manzo (3 fratelli con le rispettive famiglie) come coloni. Il Lupoli, però, era persona ben diversa dai Salzano e poco tempo dopo l’acquisto della proprietà, deluso dalla rendita dei terreni e preoccupato per le tasse, manifestò l’intenzione di cedere. Questa situazione incoraggiò l’allora giovane Vincenzo Manzo a tentare il “gran passo” da colono a proprietario, ma il tempo occorrente per ottenere il sostegno di una banca che gli permettesse di avere il denaro necessario fu sufficiente per far cambiare idea al Lupoli e far riporre nel cassetto a Vincenzo il sogno di diventare proprietario dei terreni che la sua famiglia aveva sempre lavorato e di quella che era stata la sua casa.

Abbiamo precedentemente accennato all’utilizzo di casa Barone come casa per coloni; è interessante notare che, sin dagli anni contrassegnati dalla proprietà Riccardi, la famiglia Manzo (detta “cucchiariello”) ha lavorato a casa Barone e ancora oggi Vincenzo Manzo lavora la terra dove praticamente è nato, oltre a rappresentarne la memoria storica a buon diritto, avendovi la sua famiglia trovato occupazione negli ultimi anni del XIX secolo, per tutto il XX e continuando agli inizi del XXI, vedendo così avvicendarsi le diverse proprietà.
La famiglia Manzo risiedeva a casa Barone nel periodo primaverile e in quello estivo, ma durante il conflitto mondiale il periodo di permanenza si prolungò per l’intero anno perché, nonostante il rigido clima collinare in inverno, era più sicura rispetto alla più confortevole casa in paese.
Durante la guerra e nel periodo immediatamente precedente, le scoscese terre collinari di casa Barone, ricche di cavità naturali e lontane da occhi indiscreti, vennero spesso utilizzate come sede di riunioni politiche clandestine. Massa di Somma, infatti, paese essenzialmente a vocazione contadina, poteva vantare la presenza di numerosi oppositori del regime fascista che, per evitare le sgradite attenzioni di spie e delatori, si riunivano nelle campagne presso le falde del Vesuvio, a sua volta luogo eletto come nascondiglio da gruppi ribelli sin dai tempi della mitica rivolta degli schiavi capeggiata da Spartaco.
D’altronde, per tornare a un’epoca a noi più vicina, la congenialità dei luoghi per la latitanza è testimoniata anche dal fatto che la limitrofa zona di S. Vito nel comune di Ercolano fu scelta come nascondiglio da Antonio Gramsci e non è escluso che i comunisti di Massa di Somma fossero in qualche modo coinvolti nell’assistenza all’illustre politico.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’attività agricola, che non fu mai sospesa durante il conflitto, continuò tra crescenti difficoltà. Vincenzo Manzo e la sua famiglia, che ebbero casa Barone quale punto di osservazione dei bombardamenti e dell’eruzione del 1944, dovettero abbandonare la casa per problemi di stabilità strutturale della stessa, ai quali fu tentato di porre rimedio con interventi ancora visibili su di una facciata dell’immobile, interventi che non impedirono però al terremoto del 1980 di ridurre Casa Barone nelle attuali condizioni.
Il degrado strutturale sembrò in qualche modo simboleggiare le difficoltà dell’attività agricola, i terreni suddivisi tra 4 coloni garantivano margini di guadagno sempre più limitati, tanto che le zone più difficoltose da lavorare vennero lasciate incolte.
Tutto ciò sino all’avvento della nuova proprietà, quando con un rinnovato entusiasmo, l’azienda agricola rinasce: tutela del paesaggio, valorizzazione delle cultivar locali e delle antiche tecniche di produzione, metodi di agricoltura ecologica, sono i cardini attorno ai quali si sviluppa il progetto di casa Barone.


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